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Il treno viaggiava rapido verso la mia meta, verso quell’odiosa città che tutti i giorni mi dava lavoro. Nel vecchio scompartimento ingiallito dal fumo ero solo. Il “Messaggero” dava le solite notizie, la solita cronaca. Mi accesi una sigaretta e per la prima volta mi soffermai a guardare il paesaggio che scorreva accanto a me; un turbinio di colori sfumati dalla nebbia del mattino correva accanto al treno, piccoli boschetti e specchi d’acqua si alternavano come in una danza di colori e forme, riflessi e opacità. Di tanto in tanto qualche piccola casa o qualche paese eretto su acuminati cumuli di rocce faceva capolino tra i campi di terra brulla, nera come la pece. Il fumo bluastro della sigaretta girava nel piccolo spazio, scorreva tra i sedili e trovava fuga nel piccolo interstizio che lasciai tra il finestrino e l’imposta. Ero così preso da quello strana atmosfera che nemmeno mi accorsi quando un giovane entrò nello scompartimento e si sedette davanti a me, ma nel sedile opposto. Non ci feci caso, tanto entrò silenziosamente e altrettanto silenziosamente era preso dai propri pensieri. Quando i nostri occhi si incontrarono non potei fare altro che salutarlo, un “buongiorno” di cortesia, una di quelle parole che non significano nulla quando vengono detti senza interesse. Egli mi squadrò un attimo e mi rispose con una voce molto bassa, appena roca, senza un accento particolare; ma quel momento mi diede l’occasione di osservarlo meglio e di notare il suo viso. I suoi occhi erano scuri ma non neri e brillavano di luce propria, tanto che non fu facile reggere il suo sguardo che sembrava penetrarmi, erano occhi stanchi, stanchi dal poco sonno e stanchi da qualcosa che non percepii fino in fondo. La barba appena incolta nascondeva un viso giovane, intorno ai trentacinque anni, la bocca aveva un risvolto all’ingiù, ma le labbra rosee e carnose mi sorrisero rispondendo al mio saluto. Era vestito bene, come quei venditori porta a porta o come gli assicuratori: elegante ma non troppo e con quell’aria di viaggiatore, con scarpe comode e pantaloni non perfettamente stirati. Era magro e longilineo ma aveva le spalle larghe e il petto gonfio e fiero, si nascondeva nel lungo cappotto nero col bavero alzato a difesa del viso. Non ho idea di quanto tempo passai a guardare quel ragazzo… Decisi di rompere il silenzio e gli chiesi dove era diretto: “Vado a trovare degli amici…” Mi disse con la voce ancora più bassa, senza nemmeno guardarmi. Non sapevo cosa dire ma non volevo lasciare che quel silenzio ci facesse compagnia per tutto il viaggio, allora intavolai un discorso sui treni e sulla qualità del servizio. Mi rispose sempre con frasi brevi e semplici, mai una volta riuscii a capire dal suo accento la sua provenienza. -“Rimarrai in città per molto tempo?” Chiesi. -“Per il tempo necessario a sbrigare alcune faccende e risolvere alcune questioni” Serrò le labbra e quasi le strinse tra i denti. -“Come mai non le piace il suo lavoro?” Mi domandò ad un tratto. La domanda mi lasciò molto sconcertato, come faceva a sapere che andavo per lavoro? Forse aveva notato la mia ventiquattro ore sul sedile o forse i documenti che trasbordavano da essa. -“Non lo so nemmeno io perché non mi piace, eppure è quello che ho sempre sognato di fare” Risposi. -“A volte quello che sogniamo di fare non è quello che realmente ci appaga, ci sono tante cose che facciamo come automi senza neppure fermarci a pensare al motivo per cui le facciamo, illudendoci che siano cose che ci aggradano”. Le sue parole mi lasciavano con l’amaro in bocca, forse perché erano idee campate in aria o forse perché aveva ragione, continuai comunque il discorso. -“Per il momento sono costretto a fare il pendolare, sperando che presto sarò locato nella mia città”. Rimase di nuovo in silenzio, guardando il pavimento. Ancora una volta non seppi cosa dire, ma il silenzio era troppo pesante, avevo appena inziato la terza sigaretta della mattina e l’aria in quel treno era già acre di nicotina. Anche lui accese una sigaretta; la teneva in bocca delicatamente, facendo lente ma lunghissime aspirate, e rilasciando il fumo un po’ dal naso e un po’ dalla bocca, come per giocare, come un drago di qualche libro fantasy. La cenere cadeva come piccoli coriandoli, di tanto in tanto con una mano puliva il suo cappotto. Le parole non mi uscivano di bocca ma tentai di nuovo a capire chi egli fosse. -“Vieni spesso da queste parti ?” -“Quasi mai, solo quando ho bisogno” -“Dovrai incontrare molte persone?” -“Ancora non lo so, qualcuno nemmeno sa che sto andando a trovarlo”. In quell’esatto istante mi squillò il telefono cellulare, era mia moglie che mi chiedeva se ero già arrivato: -“No cara, il treno ha già avuto un’ora di ritardo per i soliti stupidi motivi.” Le mandai un bacio e riposi il telefono nella tasca della giacca. -“Sei fortunato ad avere qualcuno che si interessa di te, immagino che vi amiate molto” Meravigliato di quelle parole, ripresi un po’ di coraggio nel parlare. -“Si davvero molto, anche dopo venti anni di matrimonio ci amiamo come e più del primo giorno, e tu hai una ragazza ?” -“Io non ho nessuno, non più”. -“E non c’è qualcuno che ti piace ?” Da come mi lanciò il suo sguardo capii di aver fatto l’ennesima gaffe, ma mi rispose lo stesso: -“Ci sono tante persone che mi piacciono, ma a volte non è facile poter scegliere e darsi ad una sola, il più delle volte l’amore non si riconosce, l’amicizia nemmeno, lei pensa che l’unica donna che la può rendere felice sia sua moglie ?” Ci pensai pochissimo e risposi di getto: -“Si ne sono fermamente convinto” E lui di rimpetto: -“Ha mai guardato gli occhi di una donna che le dice ti amo e non trovando risposta si riempiono di lacrime ?” -“No mai perché?” -“Perché l’amore si misura nella capacità di saper asciugare quelle lacrime, di colmare quel vuoto e di custodire il cuore di chi lo dona”. Non capivo il suo discorso, era complicato. -“Cosa intendi esattamente ?” Riprese a spiegare, con il solito tono basso, cadenza lenta e regolare, misurando e pesando ogni parola, come a dare ad ognuna di esse musicalità ed enfasi. -“Spesso i sentimenti più profondi sono quelli che durano di meno e quelli che si vivono in una sola giornata, ardenti passioni che lasciano il cuore colmo e sereno, e la mente piena di ricordi indelebili, non sempre questi sentimenti sono ricambiati.” -“Ma l’amore vero dura tutta la vita ! “ Quasi urlai. -“L’amore vero, in fondo, è la compiacenza di regalare un sorriso, è la dolcezza delle lacrime che si versano per qualcuno”. Quelle parole ancora mi echeggiano in testa, non condividevo il significato ma sentivo che in qualche modo le avevo sempre tenute nella parte più remota della mia mente. Non riuscivo più a replicare e anche lui non parlò più. Accesi un’altra sigaretta, ormai la mia bocca era satura della nicotina che aspiravo. Il treno continuava a correre, tra colline e pianure di campi coltivati e piccoli boschetti. -“A volte mi chiedo perché le persone hanno così tanto bisogno di amore…” Sospirò volgendo lo sguardo fuori dal finestrino. -“Penso che sia un bisogno che va oltre le nostre conoscenze”. -“Spesso si crede di amare, ma in realtà si ama solamente il senso di protezione che fa parte solo della razionalità di ognuno di noi”. -“Io credo, invece, che l’amore è qualcosa che ci spinge ad essere migliori e ci accompagna per tutta la vita”. -“Amare cosa vuol dire ?” Pensai un po’. -“Vuol dire dare tutto ad una persona, volere il suo bene sopra ogni cosa”. Anche lui rimase in un meditativo silenzio. -“Nella mia vita ho cercato quella persona, ma trovavo un po’ di essa in tante altre, e cosa ne ho ricevuto? Un pugno di mosche.” Mentre pronunciava quelle parole, i suoi occhi brillarono e volsero verso il basso. Il treno stava finendo la sua lunga frenata d’arrivo alla stazione, indossai il mio cappotto, presi la mia ventiquattro ore e lo seguii verso l’uscita. Non disse una parola, quasi come fosse un fantasma. Si aprirono le porte e con un balzo scese dal treno, lo seguii. -“Addio”. Mi disse. Non feci in tempo a rispondere che già si era voltato e a lunghi e cadenzati passi si allontanò. La stazione era colma di persone come al solito: pendolari, turisti, stranieri, l’affollavano e la riempivano di colore e di rumore. Vidi il suo nero e lungo cappotto ondeggiare tra i fumi dei treni e poi lo persi di vista. Dopo tanti anni ancora ricordo bene quel volto e quegli occhi che tanto mi avevano turbato, quella voce suadente e quelle parole quasi musicali. Non seppi nemmeno chi era e da dove veniva. Uscii velocemente dall’affollamento e prima di pensare a prendere la direzione del mio ufficio, telefonai a mia moglie: -“Cara, ti volevo dire ti amo”.
(Anonimo)
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